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Il metodo che uso con i miei atleti per rompere la spirale

La seconda domanda: “Come apparirebbe questa situazione agli occhi di un altro?”

Ho chiesto a Marco di scegliere una persona che rispettava — un atleta che stimava, un amico di fiducia, chiunque. E di immaginare di raccontargli quella situazione.

“Come la vedrebbe lui?”

Marco ha riflettuto un momento. Poi ha detto qualcosa di interessante: “Probabilmente mi direbbe che sto esagerando.”

“E avrebbe ragione?”

Pausa lunga. “probabilmente sì.”

Questa domanda funziona perché rompe la trappola dell’autoreferenzialità. Quando siamo dentro un pensiero ossessivo, siamo anche dentro una prospettiva unica, chiusa, che si autoalimenta. Immaginare lo sguardo di un altro non risolve il problema — ma introduce un’alternativa. E quell’alternativa è tutto.

Non stiamo cercando di convincere Marco che va tutto bene. Stiamo solo aprendo una finestra in una stanza che si era sigillata.

La terza domanda: “Questa cosa avrà ancora importanza fra un anno?”

Questa è la domanda che più di tutte sposta il tempo.

I pensieri ossessivi vivono nell’eterno presente. Quello che fa male adesso sembra che farà male per sempre. Quella prestazione sbagliata sembra che definirà per sempre chi sei.

Ho chiesto a Marco: “Quello che ti sta disturbando così tanto in questo momento — quelle gare, quelle incomprensioni, quegli errori — avrà ancora importanza fra un anno?”

Ha sorriso per la prima volta da quando era entrato.

“Probabilmente no.”

“Fra cinque anni?”

“No di sicuro.”

“Allora cosa ti dice questo su quanto spazio merita nella tua testa adesso?”

Il futuro non è una fuga dalla realtà presente. È una bussola per calibrare il peso che diamo alle cose. Non tutto quello che brucia oggi merita di bruciare con la stessa intensità. Spesso, visto da lontano, quello che sembrava un masso era un sasso.

La quarta domanda: “E se niente, in questo momento, dovesse cambiare?”

Questa è la più difficile. Ed è quella che ha sbloccato davvero qualcosa in Marco.

Gli ho chiesto: “E se niente di quello che ti disturba, in questo momento, dovesse cambiare? Se le cose restassero esattamente così — cosa faresti?”

Marco mi ha guardato come se gli avessi fatto una domanda assurda. “Nel senso?”

“Nel senso: saresti comunque in grado di stare bene? Di allenarti? Di andare avanti?”

Lunga pausa. “Sì. Penso di sì.”

“Allora il tuo benessere non dipende dalla risoluzione di questo problema. Dipende da te.”

Questa domanda tocca qualcosa di profondo: la nostra tendenza a condizionare la pace interiore alla risoluzione di qualcosa di esterno. Starò bene quando le cose cambieranno. Sarò tranquillo quando avrò risolto questo. Tornerò me stesso quando quella situazione si sistemerà.

Ma la pace non è alla fine del percorso. È una scelta che si può fare — almeno in parte — anche dentro il problema. Accettare che qualcosa non si possa controllare, senza che questo ci tolga la capacità di agire, è una delle forme più alte di maturità mentale.

Lavoro con atleti e manager che vogliono trasformare la pressione in risorsa e i pensieri limitanti in punti di partenza. Se questo articolo ti ha parlato, scrivimi — o seguimi per altri contenuti sulla performance mentale.

Sono un High Performance Coach: alleno atleti professionisti, sportivi, manager e imprenditori che desiderano elevare il proprio livello di performance, migliorando lo stato di benessere. La mia specializzazione è lavorare su stress e pressione. Da atleta, analista finanziario, imprenditore ho sperimentato la stretta relazione tra pressione e performance. Saper gestire lo stress e la pressione è fondamentale per ottenere la massima prestazione sia in campo sportivo, sia nelle attività professionali.

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