Il metodo che uso con i miei atleti per rompere la spirale
Ho scritto questo blog in tre puntate per raccontare un caso reale di un lavoro fatto con un mio atleta. Il nome chiaramente è di fantasia.
Marco arriva al nostro incontro settimanale con quella faccia che conosco bene.
Non è stanchezza fisica. È qualcosa di più pesante — la stanchezza mentale di chi sta litigato con sé stesso.
Si siede, sbuffa piano, e non serve, né per me né per lui, che io chieda come stai?
“Non riesco a smettere di pensarci. So che dovrei lasciar perdere, so che non serve, ma la testa continua a girare. È come un disco rotto che non riesci a spegnere.”
Marco è un cavaliere di salto ostacoli. Talento, dedizione, anni di lavoro serio. Ma nelle ultime settimane qualcosa si era inceppato. Una serie di errori in gara, qualche incomprensione con il suo allenatore tecnico, una prestazione sotto le aspettative davanti a persone per lui importanti. Niente di irreparabile, visto dall’esterno. Ma nella sua testa, ogni episodio si era trasformato in una prova schiacciante di qualcosa di più grande: che forse non era abbastanza bravo. Che forse non lo sarebbe mai stato. Che forse stava sbagliando tutto. Che il suo allenatore non lo capiva.
Pensieri disfunzionali. Ossessivi. Autoreferenziali. Il tipo di pensieri che non risolvono nulla ma consumano tutto.
Prima di raccontarti come è andata quella sessione, voglio dirti una cosa che vale per Marco e vale per chiunque si ritrovi in quella spirale.
I pensieri disfunzionali non sono irrazionali. Sono iper-razionali — hanno una logica interna perfetta, costruita su premesse sbagliate. Il problema non è la catena di ragionamento. È il punto di partenza.
Quando la mente si blocca su un pensiero negativo e ci gira attorno, non lo fa per torturarci. Lo fa perché sta cercando una soluzione a un problema che percepisce come minaccia. Il guaio è che più ci gira attorno, più la minaccia sembra reale e più il problema sembra irrisolvibile. E più mi attacco alle tentate soluzioni più rinforzo il problema.
L’unico modo per uscire da quella spirale non è pensare di più, e nemmeno non pensare perché purtroppo è impossibile. La scelta vincente è cambiare il punto da cui si guarda.
Come diceva il filosofo Marcel Proust: il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
Con Marco, quella mattina, ho fatto esattamente questo. Non gli ho dato risposte, né tantomeno soluzioni. Non ho minimizzato ciò che lui mi ha detto, nessun giudizio e nessuna critica.
Gli ho fatto delle domande.
La prima domanda: “E se ti stessi sbagliando?”
Sembra brutale. In realtà è liberatoria.
Marco mi aveva appena finito di descrivere la sua certezza: che quelle prestazioni provassero qualcosa di definitivo su di lui come atleta. Gli ho chiesto: “E se ti stessi sbagliando?”
Silenzio.
Marco: “In che senso?”
“Nel senso letterale. E se la storia che ti stai raccontando — che sei inadeguato, che non migliorerai, che le prove lo confermano — e se quella storia fosse semplicemente sbagliata? Non parzialmente. Completamente.” E se fosse solo frutto della tua mente? Se non ci fosse niente di vero?
I pensieri ossessivi hanno una caratteristica: si presentano come fatti. “Sono scarso” o “faccio schifo” e “monto di m….” ha lo stesso tono di “oggi piove” — come se fosse una verità oggettiva. Ma non lo è. È un’interpretazione. E le interpretazioni possono essere errate.
Quando Marco ha iniziato a considerare seriamente che la sua narrazione potesse essere sbagliata, qualcosa nella sua postura è cambiato. Le spalle si sono alzate di qualche centimetro. C’era una possibilità che prima non c’era. Lo sguardo non era più perso nell’oblio della sofferenza ma aveva lasciato spazio ad uno sguardo interrogativo, di ricerca di un’altra verità. Non più solo la sua, granitica, di prima.