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Ieri sera ho incontrato un cliente potenziale: dirigente, motivata, lucida, con le idee chiarissime su cosa non funzionava nella sua vita professionale. Le ho raccontato come avrei lavorato con lei e che le avrei dato alcuni esercizi da fare tra una sessione e l’altra. Prima ancora di sapere di cosa si trattasse, mi ha risposto: “Se sono noiosi, non li faccio.”

Mi sono permesso di spiegarle che il cambiamento vero non passa dalla teoria, ma dall’esperienza della pratica: si fa, si sbaglia, si aggiusta. E lei, di rimando: “Sono un ingegnere, sono molto pratica, ho letto moltissimi libri. So già tutto quello che c’è da sapere.” Solo che non riesco a farlo.

Peccato che tutto quel sapere non le avesse ancora dato la soluzione che cercava, perché mancava l’applicazione, la parte esperienziale.

Ecco il paradosso in cui si era incastrata, senza accorgersene: voleva il risultato, ma aveva paura di attraversare il percorso che porta al risultato. Voleva la trasformazione, ma rifiutava in anticipo lo strumento — ancora prima di conoscerlo — che avrebbe dovuto produrla. Voleva sapere cosa ci fosse dietro la porta, ma non voleva impegnarsi per aprirla.

Non è pigrizia. È una resistenza. È paura, travestita da esigenza. Dietro “se è noioso non lo faccio” non c’è capriccio, c’è il terrore di mettersi davvero in gioco, di scoprire che la teoria non basta e che serve esporsi, agire, magari inciampare davanti a qualcuno — anche solo davanti a sé stessi. Meglio restare nel territorio sicuro di “so già tutto”, dove nessun esercizio può smentirti.

E qui arriva la richiesta implicita che sento più spesso, in stanze diverse, con persone diverse: la bacchetta magica. La soluzione già pronta, che non chiede fatica, tempo, coinvolgimento. Il problema è che se esistesse davvero una bacchetta magica per cambiare in profondità, l’avrei venduta io per primo, e sarei miliardario da un pezzo.

C’è anche una resistenza speculare, quella del coach: la tentazione di cedere, di ammorbidire la prescrizione pur di non perdere la relazione, di dire “va bene, facciamo qualcosa di più leggero”. Facciamo come vuole lei. È una scorciatoia seducente. Ma se cedo alla sua paura, non la sto aiutando: la sto solo assecondando. Che bella prospettiva: incasso, le dico quello che lei vuole sentirsi dire e in assenza di risultato scarico su di lei tutta la responsabilità.

Per fortuna però che un buon performance coach fa esattamente il contrario di ciò che questa dirigente cercava. Non consegna soluzioni preconfezionate: costruisce, insieme alla persona, un percorso fatto di piccoli esperimenti reali, verificabili, progressivi, spesso scomodi. Perché il cambiamento parte dalla consapevolezza, ma poi la consapevolezza non basta, ci vuole il vissuto, l’esperienza emozionale correttiva tanto utile quanto spesso faticosa, che non si scarica come un file. Si costruisce facendo.

La resistenza che ho incontrato ieri sera non era un no al cambiamento. Era un sì detto con paura. E il mio lavoro, in questi casi, non è convincere: è restare, senza cedere alla tentazione di offrire scorciatoie che so già, in partenza, che non funzionerebbero. Perché a volte il primo esercizio da fare non è quello che do io. È quello di accettare di non sapere già tutto.

Sono un High Performance Coach: alleno atleti professionisti, sportivi, manager e imprenditori che desiderano elevare il proprio livello di performance, migliorando lo stato di benessere. La mia specializzazione è lavorare su stress e pressione. Da atleta, analista finanziario, imprenditore ho sperimentato la stretta relazione tra pressione e performance. Saper gestire lo stress e la pressione è fondamentale per ottenere la massima prestazione sia in campo sportivo, sia nelle attività professionali.

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