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C’è un allenatore che urla, che umilia, che sminuisce davanti a tutti. Quello lo riconosci subito, e infatti i suoi atleti prima o poi scappano, o si spengono, e la cosa è tristemente lineare: causa ed effetto.

Ma c’è un secondo allenatore, molto più pericoloso, perché non lo vedi arrivare. È quello che ti vuole bene davvero, che passa le notti a pensare a come farti migliorare, che si presenta ogni giorno con le migliori intenzioni del mondo. E proprio per questo, quando distrugge la fiducia di un atleta, nessuno se ne accorge. Nemmeno lui.

Prendi una nuotatrice di quindici anni. Esce da una gara con un tempo che non è quello sperato. L’allenatore, con tono paterno e sguardo dispiaciuto, le dice: “Vedi, se avessi lavorato meglio in allenamento questo non sarebbe successo.” Frase detta con affetto. Frase che nella testa di quella ragazza si trasforma in: “Non sei abbastanza. E se sbagli, è colpa tua, sempre e comunque.”

Non serve gridare per fare danni. Basta un feedback confezionato male, ripetuto con costanza, per insegnare a un atleta che ogni errore è una condanna invece che un’informazione.

La differenza tra un feedback che costruisce e uno che demolisce non sta nel contenuto. Sta nella struttura.

Il feedback che demolisce parla della persona: “Sei stato debole”, “Non hai carattere”, “Ti manca la testa”. Etichetta. E un’etichetta, ripetuta abbastanza volte, diventa un’identità.

Il feedback che costruisce parla del comportamento, non della persona: “In quel passaggio hai rallentato l’appoggio”, non “Sei lento”. Descrive un’azione modificabile, non condanna un’essenza fissa.

Il feedback che demolisce arriva sempre nel momento sbagliato: a caldo, davanti ai compagni, mescolato alla delusione dell’allenatore stesso, che in quell’istante sta scaricando la sua frustrazione più che allenando qualcuno.

Il feedback che costruisce ha un timing chirurgico: aspetta che le pulsazioni scendano, cerca un momento uno a uno, e soprattutto parte da una domanda, non da una sentenza. “Cosa hai sentito in quel passaggio?” apre una porta. “Hai sbagliato tutto” la chiude con il chiavistello.

C’è poi un terzo ingrediente, il più sottovalutato: il rapporto tra correzioni e riconoscimenti. Un ciclista che sente solo “potevi fare meglio” per mesi, anche se tecnicamente ha ragione il tecnico, smette lentamente di fidarsi del proprio istinto in gara. Non perché sia debole. Perché nessuno gli ha mai detto cosa, di preciso, stava funzionando.

La fiducia di un atleta non si rompe con un urlo. Si consuma goccia dopo goccia, allenamento dopo allenamento, con un linguaggio che giudica invece di descrivere.

Se alleni qualcuno — un ragazzo in pedana di scherma, una manager in un colloquio difficile, un ciclista che deve rialzarsi dopo una caduta in gruppo — chiediti sempre la stessa cosa prima di parlare: sto descrivendo un comportamento che può cambiare, o sto etichettando una persona che non può più cambiare?

La risposta a quella domanda decide se stai costruendo un campione o distruggendo, con le migliori intenzioni del mondo, la fiducia di qualcuno che si è fidato di te.

Sono un High Performance Coach: alleno atleti professionisti, sportivi, manager e imprenditori che desiderano elevare il proprio livello di performance, migliorando lo stato di benessere. La mia specializzazione è lavorare su stress e pressione. Da atleta, analista finanziario, imprenditore ho sperimentato la stretta relazione tra pressione e performance. Saper gestire lo stress e la pressione è fondamentale per ottenere la massima prestazione sia in campo sportivo, sia nelle attività professionali.

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